11 am - Capitolo V

Il sole era alto nel cielo e picchiava forte sull'altopiano roccioso che si stendeva a perdita d'occhio sotto un enorme cielo blu, punteggiato da piccole e panciute nuvole candide. 

Il fracasso era infernale. Spari, urla, imprecazioni, cavalli al galoppo, il risuonare di ruote di legno sulla roccia.


Una dozzina di pellerossa a cavallo erano lanciati all'inseguimento di una diligenza. Erano tutti a torso nudo, avevano lunghi capelli corvini, variopinte strisce di stoffa strette intorno alla testa, e ciascuno di essi pareva formare una cosa sola col proprio mustang. Galoppavano e sparavano senza fare economia di munizioni, ricaricando i fucili con una terrificante rapidità: alcuni tenevano pallettoni addirittura in bocca, e li sputavano nel caricatore.


Apaches.


Chino in avanti, il postiglione a cassetta della diligenza frustava i cavalli. Urla. Schiocchi. Voltava il capo all'indietro. Ancora frustate. I quattro destrieri impazziti. La diligenza sobbalzava. Grida forsennate. Polvere. Caos. “Avanti, avanti!” Al suo fianco un uomo infagottato in uno spolverino giallo imbracciava un Winchester e sparava alla cieca verso il nuvolone di polvere che li separava dagli indiani.


La testa di una donna spuntò da uno dei finestrini della carrozza. Una donna nera: grandi occhi vivaci, boccoli incolti dai riflessi rossicci, espressione strafottente.


"Marie!" gridai sobbalzando.

"Oui?"

"Che ci fai qua?"

"Sono passata a controllare che tutto fosse a posto. Dov'è Chanda?"

Mi rigirai nelle lenzuola. Il materasso non era poi così grande, ma Chanda non si vedeva.

"Dov'è Chanda?" chiesi.

Marie sospirò e scosse la testa. "Merda, te l'ho appena chiesto io. Cosa te l'avrei chiesto a fare, se l'avessi...,"


Saltai in piedi.

Chanda non c'era.

La porta era aperta.

Andai al bagno.


Pisciai tentando di indirizzare il getto nella tazza. Un'erezione mattutina più irriducibile del solito mi impedì di centrare il bersaglio, perciò pisciai dappertutto tranne che nel water. Pulii il disastro con un asciugamano rosa, mi sciacquai le mani e la faccia e caracollai verso la cucina.


Avevo bisogno di un caffè e di un'aspirina. L'assalto alla diligenza stava furiosamente continuando nella mia testa. Rovistai nella credenza, in tutti i cassetti, nel frigo, sotto il lavabo, nel secchio della spazzatura: niente, non ci trovai né il caffè né l'aspirina, e se è per questo nemmeno Chanda.


Chiamai Marie a gran voce. Arrivò di corsa e mi guardò con gli occhi spalancati.


"Abitavi qui fino a poco tempo fa, giusto?"

“Certo.”

"Trovami il caffè e l'aspirina, allora."

"Cosa?"

"Trovami il caffè e l'aspirina."

"Sei stato nell'esercito?" disse storcendo la bocca.

"No, nell'Aeronautica. VAM."

"Cazzo è?"

"Vigilanza Armata Militare. Una base radar."

"Eri il comandante?"

"Di che?"

"Della base."

"Non dire cazzate. Ero un coglione costretto a camminare su e giù lungo il perimetro per parecchie ore al giorno, con un fucile mitragliatore senza caricatore stretto tra le braccia, una ricetrasmittente scassata sotto l'ascella, una maschera antigas che mi penzolava tra le gambe e una pistola d'ordinanza incastrata in tasca. Prendevo ordini da una folla pazzesca di imbecilli. Imbecilli così imbecilli che non valeva nemmeno la pena considerarli imbecilli."